giovedì 25 ottobre 2012

L'EUROPA "BOCCIA" IL MADE IN

La Commissione UE boccia l'intesa sul “made in” Europa e “made in” Italy “ritenendola obsoleta sui Marchi”
di Paolo Pellicciari
Dopo anni di colloqui, convegni, missioni, articoli sui giornali, in Italia e all'estero oltre a notevoli investimenti, per difendere la qualità italiana da una concorrenza planetaria spesso sleale. E stato tutto inutile, la Commissione Ue ha messo la parola fine alla proposta al regolamento n. 611 del 2005, che riguardava il «Made in». La proposta aveva l'obbiettivo di imporre l’etichettatura di origine, sui prodotti provenienti dai paesi extra UE.
Tutti i partiti politici di ogni colore, hanno sempre difeso le nostre aziende facendone una bandiera per differenziarci da asiatici e americani. «Obsoleto», hanno decretato invece gli uomini del presidente Barroso. Così d’ora in poi, salvo miracoli, non se ne parlerà più.
La “bocciatura” non è stata ancora annunciata formalmente. Martedì, a Strasburgo, il numero uno dell’esecutivo comunitario, ha presentato il suo Programma per il 2013. Nel secondo allegato, venti pagine di tabelle, sono elencate le proposte che Bruxelles intende mettere sul tavolo e quelle che ritiene di non dover più portare avanti. Alla penultima nota dell’ultima pagina, appare il regolamento 611. Cassato. Uno dei quattordici testi che la Commissione vuole ritirare. «Oltre alla mancanza di accordo in Consiglio - si spiega -, recenti sviluppi nell’interpretazione legale delle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio hanno reso la proposta non attuale». “Chiuso l'Argomento!
Di recente, la Confindustria era “all'attacco”. I più informati parlano di una lettera del presidente Giorgio Squinzi indirizzata a Palazzo Berlaymont per sollecitare un’accelerazione dell’iter purtroppo senza esito. In effetti, l'iter si è interrotto da che l’Europarlamento ha approvato il testo nell’ottobre 2010 ritenendo il marchio di origine una condizione necessaria «per dare maggiore tutela ai consumatori e consentire alle imprese di affrontare ad armi pari i concorrenti». Un buon segnale. C’era anche l’appoggio di Francia, Polonia e Spagna. Eppure per i governi tedeschi, scandinavi, britannici e olandesi, la norma era un inaccettabile pugno nell’occhio del libero scambio. Inutili i tentativi di pressione di quello che, a Bruxelles, erano noto come «Il Cartello del “Made In”». Si ricorda una missione a Strasburgo di Emma Bonino, allora ministro degli Affari Ue (settembre 2007), occasione in cui furono distribuiti degli ombrelli blu pro etichettatura, metafora della necessità di pararsi la testa (erano cinesi, incidentalmente).
E anche ripetuti viaggi della coppia Urso-Ronchi, rispettivamente titolare del Commercio Estero e delle politiche Ue nel governo Berlusconi, impegnati a definire «inaccettabili i ritardi» e premere sui colleghi del Consiglio. Il sistema di Camere e imprese ha varato iniziative parallele, col sostegno dell’Ice. Due budget grosso modo da 500 mila euro l’uno. «Al netto delle spese per le persone, i viaggi e tutto il resto», Un milione e passa sempre secondo i ben informati. La notizia era nell’aria, conferma l’eurodeputato Gianluca Susta, che la definisce «assurda e affrettata». Passo «ingiustificabile senza nemmeno un passaggio preliminare col Parlamento», aggiunge Niccolò Rinaldi (Idv). In primavera i nostri eurodeputati avevano parlato di «provvedimento insabbiato».
Il premier Mario Monti è stato informato giovedì poco prima del vertice Ue. Si racconta che il professore abbia incaricato i suoi collaboratori di suggerire agli industriali di rinunciare all’ambito “osso”. Nei taccuini è rimasta anche una battuta tagliente. «Citando Squinzi - avrebbe scherzato il premier - potremmo dire che si trattava di una boiata». Come mettere lo zucchero su una pillola amara.
25/10/2012

domenica 14 ottobre 2012

"CORSA ALL'ORO" NEL FAR WEST DELL'ECNOMIA MODERNA


di Paolo Pellicciari

La “Corsa all'Oro” è similare con “l'Oro alla Patria”. “L'Oro alla Patria” è stato uno “slogan” coniato durante il fascismo, le condizioni economiche dell'Italia richiedette un intervento straordinario tanto che si decise di ricorrere alla richieste di oro ai cittadini. Così si organizzo per il 18 dicembre del 1935, una manifestazione nazionale organizzata dal regime fascista. Il regime chiamò gli italiani a dare l'oro alla Patria .
La manifestazione denominata Oro alla Patria: consisteva nel dono “volontario” da parte delle famiglie italiane, di oggetti d'oro per consentire all'Italia di superare le difficoltà dovute alle sanzioni. Gli storici ci fanno sapere che il Regno d'Italia progettasse l'invasione del Corno d'Africa già dal 1925. Avendo infranto il XVI articolo della Società delle Nazioni il 18 novembre dello stesso anno le Nazioni Aderenti approvarono un pacchetto di sanzioni come ritorsione.
Le sanzioni non furono efficaci, in quanto moltissime Nazioni non facevano parte della “Società” come la Germania unita a tante altre Nazioni non tennero conto del provvedimento anche perché c'erano dei limiti sanzionatori che non prevedevano limitazioni nel commercio delle materie prime importanti come il petrolio.
La cerimonia di consegna avvenne all'Altare della Patria a Roma catalizzando molti italiani che donarono la fede nuziale, in cambio ricevettero una fede di “ferro” con all'interno la scritta “Oro alla Patria”. La giornata di “Oro alla Patria” riscosse un notevole successo tanto da raccogliere 37 tonnellate d'oro e 115 d'argento. Con la donazione dell'ORO gli Italiani condivisero il massimo consenso nei confronti del Fascismo.
Molti personaggi autorevoli del tempo, fecero la loro donazione, la Regina Elena dona la propria fede, il Re dei lingotti d'oro, il principe Umberto il Collare dell'Annunziata, anche Guglielmo Marconi donò la fede e la medaglia da senatore, Luigi Pirandello la medaglia del Premio Nobel , e Gabriele D'Annunzio la fede e una cassa d'oro. Tutto l'oro raccolto, venne inviato alla Zecca dello Stato, come patrimonio nazionale.
E oggi? Da nessuno ho sentito gridare “Oro alla Patria”, eppure, stiamo assistendo ad una proliferare di negozi con la scritta “Compro Oro” praticando un'attività speculativa a causa dalla crisi, che sta portando gli italiani alla disperazione. Durante il fascismo la raccolta dell'oro, era dovuta ai venti di guerra che spiravano soprattutto in Africa. Eppure, non stiamo in guerra, non sento tuonare i cannoni, ne il rumore degli aerei bombardieri, in somma, che sta succedendo? Perché la gente è così disperata tanto da vendersi i loro gioielli, spesso intrisi di ricordi familiari?
E' evidente che stiamo vivendo un periodo “parabellico” che sta portando l'Italia alla “catastrofe” economica. Basta leggere i dati I.S.T.A.T sul calo della produzione industriale, negli ultimi anni. Un calo è sconvolgente nelle percentuali, pari ad un quarto della produzione industriale. Un calo produttivo tipico di una nazione in guerra, con una infinità di fabbriche “distrutte” dai “bombardamenti”, e dalle “squadre di guastatori” di un esercito invisibile. Allora chi è il nemico? Dove sta il “nemico” invisibile che sta portando i popoli occidentali alla fame? Che fosse cambiato l'abbigliamento dei nuovi “generali”? “Generali” vestiti con “marsina, monocolo e cilindro”, come vestivano i banchieri di una volta. Il nuovo esercito “armato” di “debito pubblico” che opera senza confini e territori, ma fa razzia di beni mobili e immobili costringendo anche i piccoli proprietari alla fame e alla disperazione in onor di “Dio Denaro”.
Resto sbigottito dall'inerzia della classe politica. Come resto incredulo e sbigottito, per i “complimenti” che da più parti provengono al nostro Presidente del Consiglio, che con la scusa del rigore, sta conducendo il “popolo italiano” alla “fame e alla disperazione”. Certo i “complimenti sono meritati”, le Banche sono esenti dal pagamento dell'IMU, Conti Correnti obbligatori, e pagamenti con la “Carta di Credito” (3% ad operazione) un bel “colpo” Sarebbero stati degli ingrati se non si fossero “complimentati” con in nostro Presidente del Consiglio
Il mio palese sbigottimento, rimane una voce nel deserto, nonostante l'I.S.T.A.T evidenziava che il calo delle ore lavorate fosse il peggior dato dai primi anni dal 1991. (Anno in cui si decise l'alienazione del patrimonio industriale dell'I.R.I.) Anche i TG non danno il risalto necessario alla notizie riguardanti l'economia, che vede protagonisti i cittadini. Sentiamo echi provenienti da altre nazioni, di sommosse, di cariche della polizia contro manifestanti che stanno reclamando il posto di lavoro e una vita dignitosa. A quanto pare, in Italia, la situazione economica ha generato circa 4 milioni di disoccupati, mentre in Europa sembra siano 23 milioni, un dato, intollerabile ed insostenibile per le esigenze di vita. Ma fino a quando? Vediamo le file di neo poveri, nei punti di ristoro della Caritas, piccoli imprenditori ridotti allo stato di “barboni”, senza più famiglia, senza più niente, molti sacrificano la loro vita a causa della “guerra”. Mentre succede questo, leggiamo e ascoltiamo notizie terrificanti sulla “questione morale” di molti “politici” che operano sotto “l'ombrello” della politica che sono oggetto d'indagine da parte dell'autorità giudiziaria. Per questo trovo sconcertante attuare l'oppressione fiscale con il “pugno di ferro” nei confronti dei cittadini costretti a vendere anche l'oro di famiglia per vivere. Come dire a loro la “Finanza” e ai cittadini la “Guardia di Finanza”. Tornando alla “corsa all'oro”, nella fattispecie quello “acquistato” non diventa patrimonio dello Stato, ma di qualche o più “speculatori” che senza “apparente” controllo acquistano, oro avvolte, anche in modo “truffaldino”. “Striscia la Notizia” mise in guardia i telespettatori evidenziando alcune storture nel peso e nelle valutazioni dell'oro da parte di alcuni “esercenti disonesti”. Durante il fascismo si rastrellarono 37 tonnellate d'oro, e 115 d'argento, solo con le “fedi”, mentre oggi, quale è la quantità della “raccolta”? Quale sarà la “stazione” o le “stazioni” d'arrivo dell'oro raccolto? Gli “speculatori”, stanno incassando qualche miliardo di valore.
13/10/2012

giovedì 4 ottobre 2012

Europa? For Sale

Di Paolo Pellicciari
Mi domando! Da chi siamo governati? E' possibile che tutti gli stati occidentali siano più o meno indebitati? E' possibile che tutti gli Stati Europei sono costretti a vendere il loro patrimoni pressoché tutti nello stesso momento? Possibile che in un'era dell'elettronica, i “tecnici” dei vari centri di potere, non hanno elaborato strategie di politica economica per evitare il cataclisma economico che stiamo attraversando? E gli economisti universitari, le cosiddette “intellighenzie” C'è qualche cosa che non torna! Che avessero organizzato una nuova conferenza “Jalta” a porte chiuse dove i nuovi potentati economici si sono divisi le ricchezza del mondo? Quello che è sospetto che dietro tutto questo ci sia un'unica “regia”.
Tutto si potrebbe evincere dal fatto l'Europa è vittima di scorribande finanziarie dove i protagonisti sono i fondi sovrani composti da cinesi, arabi e russi che stanno comprando a prezzo di saldo i “gioielli” del vecchio continente: dalle squadre di calcio, alle banche, dalle aziende energetiche, fino alle infrastrutture e di tanta altre aziende di prestigio anche ad alta redditività.
Da Valentino, l'azienda italiana sinonimo di alta moda, dal 2007 di proprietà del fondo d'investimento Permira. Valentino non è la prima casa di moda europea a passare in mani orientali. Già la Cerruti, acquistata nel 2012 dalla Trinity di Hong Kong, alla Miss Sixty venduta alla cinese Trendy e alla Gianfranco Ferré acquisita dal Paris Group di Dubai pochi mesi fa. E' da tempo che lo sceicco del Qatar è impegnato sotto forma di investimenti della famiglia reale o dello Stato con i fondi sovrani - a un grande e diversificato shopping europeo.
Dal 2008 da quando è scoppiata la crisi economica molti i paesi neo ricchi, hanno preso l'Europa come terra di conquista economica: dagli Emirati Arabi a Dubai, dalla Cina alla Russia. Tutti Stati in forte espansione economica, per lo più guidati da regimi pseudo dittatoriali, attratti dai prezzi da “saldo” che la crisi infinita ha imposto alle aziende-gioiello dell'Europa. Nel caso dei paesi del Golfo e della Russia, le sterminate ricchezze provenienti da sottosuoli ricchi di petrolio a invogliare allo shopping. Nel caso della Cina, è l'esigenza di investimenti in modo redditizio per le riserve di valuta estera accumulate in decenni di esportazioni.
Nel mirino degli speculatori, ci sono marchi con rendimenti a doppia cifra. Il Quatar è un esempio esempio. Risalgono al 2009 i suoi investimenti in Porsche e Wolkswagen. Nello stesso anno aveva tentato invano di aggiudicarsi la squadra di calcio del Manchester City, finita poi tra le proprietà del fondo sovrano di Abu Dhabi, per acquistare successivamente il Paris Saint Germain. E se in Inghilterra Hamad bin Kalifa al-Thani ha messo le mani su una quota della London Stock Exchange, dei supermercati Sainsbury e della banca Barclays, oltre che sul 100 per cento degli storici grandi magazzini Harrod's. In Francia ha comprato le attività turche e le operazioni lussemburghesi di Dexia, la banca franco-belga vittima della crisi del debito sovrano, e pochi mesi fa è entrato con l'1 per cento nel titano mondiale del lusso Lvmh.

Simone Alvaro, responsabile dell'ufficio studi giuridici della Consob dice: «Il mondo è ormai cambiato» «I Paesi produttori di petrolio e di materie prime hanno conquistato dal 2007 un grande vantaggio economico». Gli ingenti patrimoni a disposizione dalle obbligazioni U.S. Sono dirottati nella diversificazione d'investimento, diventando protagonisti dell'economia mondiale. In Borsa detengono un terzo delle quote societarie del listino, a Londra partecipazioni in un quarto. «Bisogna cominciare a prendere atto dei cambiamenti», prosegue Alvaro: «E non si può pensare che siano temporanei, soltanto dovuti alla crisi».

Con il potere economico che si sposta ad Oriente è inevitabile che anche i simboli del successo economico passino di mano verso regioni dove abbondano denari e opportunità di crescita. Certo è però che la crisi dell'Eurozona ha offerto il fianco agli acquisti stranieri. Sempre più importanti, talvolta anche strategici. Non fosse stato costretto dal piano di salvataggio europeo, il Portogallo non avrebbe mai privatizzato la sua società elettrica, Energias do Portugal, spalancando le porte al Qatar (con il 2 per cento) e alla Cina, che tramite il braccio d'investimento China Three Gorges International ne ha acquistato oltre il 20 per cento. Per non parlare dell'investimento qatarino (6,19 per cento) nella spagnola Iberdrola, la maggiore società di energia eolica al mondo. Dal canto loro gli Emirati Arabi, tramite il fondo sovrano International Petroleum Investment (Ipic), hanno approfittato della crisi per comprare dalla francese Total il 49 per cento di Cepsa, la seconda società petrolifera spagnola, che si va ad aggiungere al 47 per cento già detenuto, consolidando così il proprio portafoglio globale di investimenti nel settore energetico.
Srive The Indipendent.
Cos'hanno in comune il carnevale del martedì grasso in Portogallo, il sole della Grecia, il National Stud (allevamento di cavalli) irlandese e la lotteria nazionale spagnola?
Risposta: sono stati tutti venduti o cancellati dai governi europei nel disperato tentativo di risanare le finanze pubbliche dopo un decennio di sperperi e di malgoverno. Un numero considerevole di paesi europei sta sostanzialmente vendendo i gioielli di famiglia, in una svendita continentale senza precedenti.
La Grecia è il principale banditore d'Europa, con circa 50 miliardi di risorse all'asta. Ma altri governi sono avviati sulla stessa strada.
La vendita del patrimonio statale è una scelta disperata. In circostanze favorevoli sarebbe un progetto ambizioso, ma le circostanze sono tutt'altro che favorevoli. Se tutti mettono all'asta i loro possedimenti contemporaneamente, il crollo dei prezzi è inevitabile. La Grecia, per esempio, finora è riuscita a incassare appena 180 milioni di euro, molto meno dei 50 miliardi previsti.
Gli acquirenti in teoria non mancano. La Cina è in cerca di opportunità di investimento in ogni angolo del globo, e i governi dei paesi mediorientali sono sempre pronti a spendere i proventi del petrolio.
A questo punto è difficile dire se dovremmo essere felici o preoccupati davanti a una vendita così massiccia. Da un lato bisogna accogliere qualsiasi soluzione in grado di tirare fuori l'Europa dalla crisi del debito, ma è anche vero che i gioielli di famiglia, una volta venduti, non torneranno mai indietro. Mentre le nostre economie vengono progressivamente surclassate da Cina e India, c'è il rischio concreto che il vecchio continente non ritorni mai più ai fasti del passato.
Irlanda - Foreste, servizi pubblici, una compagnia aerea, la National Stud
Lo stato irlandese ha messo in vendita un lungo campionario di risorse, tra cui una società energetica, la compagnia aerea Aer Lingus, la compagnia che gestisce il patrimonio forestale (Coillte) e la famosa National Stud (valore stimato: 1 miliardo di euro). Bord Gais, la società che gestisce l'erogazione di gas nell'isola, è stata valutata 2,5 miliardi di euro. La settimana scorsa il dipartimento dei trasporti ha confermato che esiste un "forte interesse" nella quota statale di Aer Lingus, del valore complessivo di 123 milioni di euro.
Portogallo - Infrastrutture energetiche
Lisbona è stata tra le prime capitali europee a mettere all'asta il proprio patrimonio, e per questo motivo ha avuto un discreto successo. La società elettrica nazionale ha accolto capitali cinesi e della Oman Oil, e lo stato ha incassato 592 milioni di euro. Un affare ben più lucrativo, attorno agli 8 miliardi di euro, è stata la vendita del 21 per cento delle azioni della compagnia energetica nazionale, Energias de Portugal, acquistate dalla cinese Three Gorges Corporation. 

Paesi Bassi – Mezzi militari
L'anno scorso il ministero della difesa olandese ha racimolato diversi milioni di euro – nell'ambito del piano di austerity da 1 miliardo di euro – vendendo 18 caccia F16 al governo cileno. All'asta c'è anche un buon numero di navi da guerra.
Regno Unito - Ambasciate, edifici, mezzi militari
Londra spera di convertire in denaro contante la quota statale (49 per cento) del National Air Traffic Services. Il Regno Unito ha inoltre in programma di vendere centinaia di ambasciate ed edifici di proprietà del ministero degli esteri disseminati in tutto il pianeta, per un totale di circa 240 milioni di sterline.
Il ministero della difesa ha messo in vendita il sito delle Deepcut Barracks [quartier generale del Reale corpo logistico] e tutta una serie di attrezzature militari. Settantadue jet Harrier "in congedo" sono stati venduti agli Stati Uniti per circa 116 milioni di sterline, e l'anno scorso è stata messa all'asta la portaerei HMS Ark Royal. Tra le altre risorse messe in vendita dal ministero della difesa ci sono elicotteri, Land Rover e orologi di lusso.
Spagna - Infrastrutture (inclusa la metropolitana di Madrid?)
Il miliardario progetto di privatizzazione della lotteria nazionale spagnola è stato abbandonato in settembre quando il ministro delle finanze ha definito insufficiente la valutazione di mercato. In ogni caso il governo madrileno, travolto dai debiti, sta per vendere al prezzo di 3,5 miliardi di euro una partecipazione di minoranza nella società per la distribuzione dell'acqua, Canal Isabel II. La metropolitana di Madrid potrebbe finire presto all'asta.
Francia - Immobili di lusso
Ormai da anni lo stato francese porta avanti la vendita di immobili di proprietà del governo. Nel 2010 Parigi ha annunciato che avrebbe messo all'asta altri 1.700 edifici nel tentativo di ridurre il debito multimiliardario dello stato. Il governo ha messo in vendita castelli, palazzi nella capitale e persino la tenuta di caccia di La Muette, valutata 10 milioni di sterline, le Banlieue di Parigi da parte del Quatar.
Austria - Le Alpi (quasi)
In giugno la decisione del governo di mettere in vendita due montagne per un totale di 121 miliardi di euro ha scatenato la protesta dell'opinione pubblica. L'opposizione locale alla vendita del monte Rosskopf (2.600m) e del suo vicino Grosse Kinigat (2.700m) ha costretto Vienna a fare marcia indietro. Tuttavia un ministro ha precisato che in futuro le due montagne potrebbero tornare in vendita.
Italia - Palazzi? Spiagge? Oro? Antiche rovine?
Nel 2010 il governo italiano ha avviato una svendita massiccia di circa novemila tra edifici, spiagge, fortezze e persino alcune isole nel tentativo di ridurre il debito pubblico. Il valore complessivo delle risorse è stato stimato attorno ai 3 miliardi di sterline. Non è chiaro quale sia la cifra incassata fino a oggi dal governo italiano, ma decine di palazzi veneziani sono stati venduti e trasformati in alberghi. Ulteriori introiti sono arrivati dalla concessione per l'utilizzo del Colosseo a fini pubblicitari. Più recentemente, Roma è stata invitata da Berlino a vendere buona parte delle sue riserve auree prima che il prezzo cali drasticamente.
Lettonia – Una città fantasma
Nel 2010 un'intero centro abitato è stato offerto a una società russa al prezzo di 1,9 miliardi di sterline. Skrunda-1, un tempo sede di una base militare russa, è stata abbandonata dopo la caduta dell'Unione sovietica.
Grecia - Più o meno tutto (tranne l'Acropoli)
Il governo greco sta cercando di racimolare l'impressionante cifra di 50 miliardi di euro vendendo o affittando le proprietà dello stato, compreso l'aeroporto internazionale di Atene (insieme ad altri 38), la società petrolifera, quella per la distribuzione del gas, i porti di Salonicco e del Pireo, l'Hellenic Post Bank, le autostrade, la società che gestisce le corse dei cavalli e 35 grandi palazzi di proprietà del governo.
A disposizione di eventuali acquirenti c'è anche Hellenikon – una striscia costiera tre volte più grande del principato di Monaco e un tempo sede di un aeroporto internazionale – e un lotto di 44 acri sull'isola di Corfù. Secondo alcune fonti Atene ha intenzione di vendere numerose aree costiere di grande bellezza. Inoltre la Grecia sarebbe pronta a vendere il sole: il governo sta discutendo con Berlino la possibilità di esportare energia solare.
A Conclusione non posso non ricordare i miei maestri che mi hanno insegnato che la Politica è l'arte della prospettiva, mi domando: quale prospettiva per le prossime generazioni? “Schiavizzati” dal potere del Dio Denaro.
Fonte, The Indipendent.