martedì 28 maggio 2013

LA WATERLOO ECONOMICA ITALIANA

La Waterloo economica italiana

Di Paolo Pellicciari
Nel corso di una trasmissione televisiva, un operaio con un linguaggio “colorito” gridò: «Noi stiamo perdendo il lavoro, il debito pubblico è alle stelle, la gente si suicida e mentre i nostri politici discutono “dell'immortalità dell'anima de li mortacci loro”
Le parole dell'operaio racchiudono il dramma che vive la maggior parte della cittadinanza italiana evidenziando la distanza abissale tra il “palazzo e paese reale”.
Il tessuto politico da destra a sinistra, non perde occasione di dimostrare la propria incapacità e l'immobilismo nel gestire la crisi economica che da troppo tempo attanaglia l'economia italiana unita a quella del mondo occidentale.
Al di là di queste “quisquilie” politiche, forse buone per fare ascolti o per vendere copie di giornali, esiste poi un Paese, l’Italia, che soffre una crisi non solo congiunturale (ovvero di breve periodo), ma soprattutto strutturale; che perdura da oltre vent’anni e che nessun governo, di alcun colore, è riuscito a risolvere. Magari la spiegazione è proprio il fatto che la nostra classe dirigente (le stessa – casualmente? – da oltre vent’anni) si perde nelle “quisquilie” di cui sopra, perdendo di vista e facendo perdere di vista, anche ai media lo sfascio economico del nostro Paese.
Anche i ministri del welfar ( del benessere) a quanto risulta abbiano fatto nulla di rilevante, se non dichiarazioni paradossali circa il mercato del lavoro in Italia. Non c'è dubbio che il ministero abbia fallito il suo obbiettivo, non mi pare di vedere tanto benessere in giro se non quello riservato all'alta burocrazia e alla politica.
Non c'è dubbio che il prodotto interno lordo italiano, ovvero la misura della ricchezza del Paese sia in calo vertigginoso sia in termini assoluti che in termini relativi. In questa sede voglio soffermarmi sul vicino passato, basandomi su uno studio di BNL su dati ISTAT. Lo studio dimostra bene che l’Italia ha subito una crisi congiunturale (2008-2009) di forza pari rispetto ai Paesi cui ci paragoniamo (Germania, Francia, Spagna, eccetera).
Il declino non si ferma con i proclami Non credo che nel 2015 ci sia la ripresa. Nella classifica dei paesi più ricchi al mondo l'Italia da V° posto si è persa nei meandri della classifica.

La classifica dei paesi più ricchi del mondo

Ecco le prime 10 posizioni (no, non c'è l'Italia)
  1. Quatar con 88.000 dollari pro capite
  2. Lussemburgo con 81.400 dollari pro capite
  3. Singapore con 56.700 dollari pro capite
  4. Norvegia con 52.000 dollari pro capite
  5. Brunei con 48.300 dollari pro capite
  6. Emirati Arabi Uniti con 47.400 dollari pro capite
  7. Stati Uniti con 46.800 dollari pro capite
  8. Hong Kong con 45.900 dollari pro capite
  9. Svizzera con 41.900 dollari pro capite
  10. Olanda con 40.900 dollari pro capite

Come si vede, i paesi fornitori di petrolio sono molto ben rappresentati. L'Italia non c'è nemmeno nei primi 15 posti, mentre c'è l'Irlanda, 13esima.
Gli ottimisti dicono per ritornare ad essere ricchi come nel 2008 di questo passo dovremo aspettare il 2015. “Aspetta e spera”.
La fine delle ideologie, il passaggio dall’homo politicus, all’homo oeconomicus, relega le società contemporanee nell’ambito di modelli esistenziali votati pressocchè alla massimizzazione dei profitti a discapito di chiunque possa in qualche modo opporvisi. Questi modelli comportamentali hanno come fine la dittatura dei capitali, masse enormi di ricchezze, assolutamente libere nel perseguire in tutte le maniere, modi e misure fini che hanno lo scopo principale l’accentramento del potere e quindi anche delle decisioni, in capo a pochi uomini e/o organizzazioni.
Tutto quello che gli stati nazionali, avevano costruito dal dopoguerra ad oggi, la crisi economica, dettata da un sistema finanziario truffaldino, impone un’opera di razionalizzazione dell’apparato produttivo.
In Italia il processo di deindustrializzazione, è ormai in atto da diverso tempo, il via lo diede Romano Prodi con il consenso di tutta la classe politica e sindacale. Lo smembramento dell’IRI; da quel momento in poi la spina dorsale dell’apparato industriale italiano è soggetta a operazioni di dismissioni, acquisizioni, fallimenti.
Aziende dell’importanza non solo economica, ma anche strategica come la Olivetti – elettronica e informatica-, Montedison –chimica-, ILVA di Taranto –acciaio-, Richard Ginori, non esistono più o sono in forte crisi, le acciaierie Lucchini spa sono passate ai russi di Severstal, il colosso italiano dell’energia Edison è passato, grazie a un’OPA, a Transalpina di energia, società controllata pariteticamente dal gruppo francese Edf , altre aziende tipo Galbani, Invernizzi, Parmalat acquisite dalla francese Lactalis, altre tipo Buitoni, Motta, Valle degli orti, Perugina, rilevate dalla Svizzera Nestlè, L’Algida, Bertolli, Santa Rosa acquisite dalla Unilever, Ducati nelle mani della Volkswagen AG, la stessa fine hanno fatto marchi storici tipo , Pucci, Bulgari, Valentino, Ferrè, Gucci, altre aziende tipo FIAT, Candy ed Electrolux, Bialetti, laOmsa, Geox, Benetton, Stefanel, delocalizzano
Ora il mio non è un sussulto di nazionalismo, ma vorrei far presente che in altre nazioni tipo Inghilterra con la Golden share e in Francia con l’Action specific, gli stati nazionali, hanno la possibilità di opporsi all’acquisizione da parte di aziende estere di settori ritenuti di importanza stategica nazionale (?!)
Mi chiedo, come un Paese come l’Italia di trasformazione della materia, possa affrontare le sfide del prossimo millennio senza l’esistenza di settori così importanti, ci vorrebbero relegare al paesello di provincia tutta pizza e mandolini e magari qualche fetta di formaggio, un po' di turismo e il piatto è servito?!
La struttura economica di un Paese è fatta di aziende grandi e una miriade di aziende medio-piccole che coadiuvate da un sistema finanziario sano concorrono al miglioramento della società nella quale sono integrate, venendo a mancare a queste qualsiasi potere decisionale si rischia, vedi il caso Bridgestone di Bari, ma i casi sono tanti altri, che tali aziende chiudono, anche se sono con un bilancio in attivo, efficienti da un punto di vista aziendale, efficaci da un punto di vista produttivo e culturale. Dunque?
Chi quel “chiromante” che con la palla di cristallo tanto da "vedere" la ripresa nel 2015?